Decreto aree idonee, sì unanime delle Regioni

Mike Peu da PixelsCon l'approvazione, data all'unanimità, della Conferenza Stato-Regioni e Comuni, la nuova bozza di decreto ministeriale sulle aree idonee a ospitare impianti di produzione di energia da fonti rinnovabili diventa lo strumento operativo atteso da anni. Ieri il documento era stato accolto con favore anche dalla presidente della Regione Sardegna, Alessandra Todde, in quanto accoglieva tre delle richieste avanzate dalla sua amministrazione. Adesso tocca al ministro dell'Ambiente e della Sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin, emanare il decreto. 

Sull'agrivoltaico e sulle definizione delle aree agricole idonee era già trovata una soluzione di compromesso.

La Conferenza unificata fra Stato, Regioni e Comuni ha approvato stamani a Roma il testo definitivo del decreto del ministero dell'Ambiente e della sicurezza energetica che fissa i criteri per l'individuazione delle aree idonee agli impianti di fonti rinnovabili. Un decreto atteso da molto tempo e che recentemente era stato rimesso in discussione dalla regione Sardegna. Proprio per superare le resistenze della presidente sarda, dopo una serie di incontri al ministero, era stata rilasciata la nuova bozza, che oggi ha incassato il sì unanime delle amministrazioni locali.

Il Decreto ministeriale ha lo scopo di «individuare la ripartizione fra le Regioni e le Province autonome dell'obiettivo nazionale al 2030 di una potenza aggiuntiva pari a 80 Gw da fonti rinnovabili rispetto al 31 dicembre 2020, necessaria per raggiungere gli obiettivi fissati dal Pniec» e di «individuare superfici e aree idonee e non idonee» per gli impianti.

Le richieste sarde soddisfatte

Il provvedimento fissa con una tabella gli obiettivi di nuova potenza, rinnovabili anno per anno per ciascuna regione, dal 2021 al 2030

L'articolo 10, comma 1 della bozza precedente del decreto, in particolare, quello su cui a inizio settimana aveva alzato i toni Todde, faceva salvi tutti i procedimenti avviati prima dell'entrata in vigore delle leggi regionali di individuazione delle aree idonee. In questo caso la Regione Sardegna si sarebbe ritrovata con 57 Gw, a fronte di un obiettivo nazionale di 80 Gw da produrre con le rinnovabili. Secondo la Todde era una sproporzione da sanare, e il ministero le ha dato ragione.

Inoltre La Regione aveva chiesto di poter decidere quali impianti in fase di autorizzazione verranno fatti salvi e quali no e il Mase ha accolto anche queste istanze.

Ma il punto che ha suscitato maggiore polemica con le associazioni che riuniscono i produttori di rinnovabili, riguarda l'eolico off shore. La Regione chiedeva, infatti, che l'eolico off shore potesse concorrere al 100% per il raggiungimento dell'obiettivo regionale e non solo per il 40%: anche in questo caso, la norma ha recepito la richiesta della Sardegna. Significa, in sostanza, che per il calcolo del raggiungimento degli obiettivi di burden sharing - cioè la quota minima di incremento di energia rinnovabile assegnata alle singole regioni - si debba tener conto del 100% (e non più del 40%) della potenza nominale degli impianti a fonti rinnovabili off-shore di nuova costruzione entrati in esercizio dal 1° gennaio 2021 fino al 31 dicembre dell’anno di riferimento in cui le cui opere di connessione alla rete elettrica sono realizzate sul territorio della Regione o provincia autonoma. Una decisione che è, di fatto, un ridimensionamento della quota di nuovo eolico off shore, in quanto la Regione potrà includere nel computo anche gli impianti realizzati dal 2021 in poi, nel momento che essi saranno allacciati alla rete.

Aree idone: parola alle Regioni

Il Decreto dispone che spetta alle Regioni e alle Province autonome individuare le aree idonee e non idonee agli impianti di rinnovabili, entro 180 giorni dall'entrata in vigore del provvedimento.

Le Regioni e le Province autonome possono concludere fra loro accordi per il trasferimento statistico di determinate quantità di potenza da fonti pulite. Il Ministero dell'Ambiente vigilerà sul raggiungimento delle quote previste e, in caso di inadempimento, potrà intervenire con poteri sostitutivi.

I criteri per individuare o escludere le aree idonee

Il Decreto poi indica a Regioni e Province autonome una serie di criteri per individuare o escludere l'idoneità delle aree.
Essi sono: esigenze di tutela del patrimonio culturale e del paesaggio, delle aree agricole e forestali, della qualità dell'aria e dei corpi idrici, privilegiando l'utilizzo di superfici di strutture edificate, quali capannoni industriali e parcheggi, nonché di aree a destinazione industriale, artigianale, per servizi e logistica, e verificando l'idoneità di aree non utilizzabili per altri scopi, ivi incluse le superfici agricole non utilizzabili.

Il provvedimento stabilisce che sono considerate non idonee le superfici e le aree che sono ricomprese nel perimetro dei beni sottoposti a tutela. Nella prima stesura del decreto, era scritto che queste aree "possono" essere considerate non idonee, ma la formula possibilista aveva provocato l'opposizione delle Regioni.

Il Decreto stabilisce anche che "le Regioni possono stabilire una fascia di rispetto dal perimetro dei beni sottoposti a tutela di ampiezza differenziata a seconda della tipologia di impianto, proporzionata al bene oggetto di tutela, fino a un massimo di 7 chilometri". Il provvedimento salva da tutti i nuovi vincoli gli impianti già esistenti e i loro rifacimenti.

«Accogliamo l’accordo con grande soddisfazione, è un obiettivo raggiunto. Abbiamo sbloccato un decreto lungamente atteso, un nuovo tassello verso la decarbonizzazione - ha commentato il ministro dell'Ambiente Pichetto Fratin - Grazie al lavoro di mediazione svolto, oggi abbiamo dunque un quadro chiaro di responsabilità per arrivare a un nuovo modello energetico al 2030, coerente con gli obiettivi Pniec e con i tanti strumenti, penso al Fer 2 ma anche al decreto Cer e a quello sull’agrivoltaico, costruiti per incentivare lo sviluppo delle rinnovabili».

Per il raggiungimento degli obiettivi di burden sharing (condivisione degli oneri), per gli impianti geotermoelettrici e idroelettrici è riconosciuta una potenza nominale aggiuntiva pari alla potenza di ogni fonte rinnovabile per il relativo parametro di equiparazione. Entro trenta giorni dalla data di entrata in vigore del decreto, il Gse pubblicherà i parametri di equiparazione sulla base della producibilità media rilevata delle fonti geotermoelettrica e idroelettrica rispetto alla producibilità media della fonte fotovoltaica. Tali parametri saranno periodicamente aggiornati sulla base dell’andamento dei dati rilevati.

Quanto al conseguimento degli obiettivi, nel nuovo testo non figura più la disposizione, in base alla quale, le Regioni erano tenute ad aggiornare gli atti di pianificazione energetica, ambientale e paesaggistica, e di ogni altro regolamento, programma, piano o normativa precedentemente approvati a livello regionale, provinciale o comunale. Tuttavia, le Province autonome saranno tenute a emanare una legge per l’individuazione delle aree idonee e non idonee all’installazione di impianti a fonti rinnovabili ai sensi dello Statuto speciale e delle relative norme di attuazione.

Ritocchi sul monitoraggio

Ritocchi anche sul fronte del “monitoraggio e della verifica di raggiungimento degli obiettivi": si prevede che entro il 31 luglio di ciascun anno il Mase provveda alla verifica della potenza da fonti rinnovabili installata, autorizzata, o assegnata per ciascuna Regione e Provincia nell’anno precedente. Nella versione precedente tale verifica veniva effettuata solamente per la potenza da fonti rinnovabili installata.

Voce fuori dal coro dei commenti positivi è Anev, l'associazione dei produttori di energia eolica: «Le condizioni contenute nel testo del decreto sull'individuazione di superfici e aree idonee per l'installazione di impianti a fonti rinnovabili con alcuni emendamenti, approvato questa mattina dalla Conferenza unificata e presentato dal Mase, rendono più difficile, se non impossibile, raggiungere i target richiamati nelle premesse del provvedimento», sostiene in un comunicato.

Anev in particolare critica «la modifica dell'articolo 7 che definisce non idonee le superfici e le aree ricomprese nel perimetro dei beni sottoposti a tutela ai sensi dell'articolo 10 e dell'articolo 136, comma 1, lettere a e b del decreto legislativo 22 gennaio 2024, numero 42». Condizione che «di fatto annulla gli esiti di un obiettivo europeo di individuare delle aree dove il processo autorizzatorio possa essere veloce».

Inoltre le Regioni, sottolinea Anev, «potranno individuare come non idonee le aree che sono ricomprese nel perimetro degli altri beni sottoposti a tutela ai sensi del decreto legislativo 42/2004, mentre resta la possibilità per le Regioni di estendere la fascia di tutela dal perimetro dei beni fino a un massimo di ulteriori 7 km , questo semplicemente rende pressoché vano lo stesso provvedimento».

«L'auspicio, seppur quasi impossibile nei fatti, è che i ministeri competenti (Mase, Mic e Masaf) possano correggere il testo prima di emanarlo aggiustando qualche stortura, ad esempio chiarire come le Regioni dovranno gestire il transitorio, anche se può essere vista come garanzia il fatto che venga ribadito che l'obiettivo indicato deve essere raggiunto e che annualmente verranno verificate le traiettorie delle singole Regioni e in caso di mancato allineamento dei risultati alle previsioni si procederò con potere sostitutivo"».