Produzione vaccini, Italia verso polo pubblico-privato. In UE linea dura contro Big Pharma inadempienti

Produzione vaccini Covid in ItaliaMentre in Europa Draghi chiede una linea dura contro le industrie farmaceutiche che non rispettano i contratti con l’UE e non si esclude l’ipotesi del blocco export dei vaccini prodotti sul suolo europeo, a Roma si punta a un polo pubblico-privato per la produzione dei vaccini e si va avanti con la lista delle aziende disponibili a riconvertire.

HERA Incubator e aumento produzione vaccini: così l’UE contrasta le varianti del Covid

Come già evidenziato dal Piano UE HERA Incubator, oltre al contrasto alle varianti del Covid, in questo momento la partita principale sui vaccini si gioca sull’aumento delle dosi a disposizione dei cittadini europei. Un risultato raggiungibile sia favorendo le partnership tra le case farmaceutiche che detengono i brevetti e le altre che li possono produrre nei propri stabilimenti, sia facendo rispettare la consegna delle dosi di vaccino previste dai contratti tra l’UE e le Big Pharma.

Una partita, insomma, in cui i livelli nazionale ed europeo, pubblico e privato si intersecano fortemente e che vede tutti impegnati in una corsa contro il tempo per fermare il virus (e le sue varianti) e tornare alla normalità, salvando anche l’economia. 

Vertice UE: linea dura contro le Big Pharma inadempienti 

A livello europeo, Bruxelles sta operando su due fronti. Il primo è far rispettare i contratti di acquisto anticipato dei vaccini tra Bruxelles e le Big Pharma, penalizzando le farmaceutiche inadempienti. La proposta arriva dal premier italiano Mario Draghi ed incassa l’appoggio degli altri leader europei.

Il rimando implicito sarebbe anzitutto verso AstraZeneca che ha ridotto di molto le dosi destinate all’UE. L’azienda anglo-svedese, infatti, parrebbe aver favorito il Regno Unito ed Israele, a discapito dell'UE, e “si narra vi siano svariati milioni di dosi in mano ad intermediari pronti a servire il miglior offerente”, riporta l’ANSA. 

Situazioni che non solo ritardano le vaccinazioni in Europa e favoriscono il dilagare delle varianti, ma si portano dietro anche il perdurare della crisi economica. 

Per questo Draghi ha chiesto che la Commissione adotti un approccio più rigido nell'applicazione del controllo dell'export per quelle aziende farmaceutiche che producono i vaccini anche in Europa ma che non rispettano i patti sulle dosi di vaccino destinate all’UE. “Non sarà un blocco dell'export”, spiega il premier francese Emmanuel Macron “perché questo comporterebbe una frammentazione della produzione mondiale". Ma se la situazione non dovesse migliorare, non si escluderebbero comunque azioni più forti, inclusa l’applicazione dei regolamenti europei e dell'articolo 122 del Trattato che consente il blocco all'export in casi di carenza di beni essenziali per gli Stati membri, come sarebbero a quel punto anche i vaccini.

Bruxelles a caccia di nuovi impianti per produrre i vaccini in Europa

Il secondo fronte su cui è al lavoro Bruxelles - e che va di pari passo con il lavoro che sta facendo il MISE in Italia - è quello di ampliare il numero di imprese capaci di produrre il vaccino sul suolo europeo

Attualmente gli impianti europei coinvolti nella filiera dei vaccini sono 41. Ma l’obiettivo è aumentare il numero e su questo è al lavoro il commissario Thierry Breton. "I passi avanti si vedono già, con le nuove produzioni di BioNtech in Austria e Germania”, ha affermato la presidente Ursula von der Leyen, che ha annunciato anche che “la fabbrica di Marburg potrebbe arrivare alla produzione di un miliardo di dosi per luglio".

MISE, verso un polo pubblico-privato per la produzione dei vaccini in Italia

Quello che sta facendo Breton a livello europeo, lo sta sostanzialmente portando avanti il MISE a livello nazionale dove infatti prosegue il lavoro per verificare se e come produrre i vaccini anche in Italia, sulla falsa riga di quanto ad esempio stanno facendo in Austria e Germania con il vaccino di BioNtech. Lo stesso giorno in cui Draghi parlava con i leader UE, infatti, al MISE si è tenuto il tavolo con Invitalia, Farmindustria e AIFA da cui sono emerse alcune linee di lavoro. 

Da un lato, si legge nel comunicato rilasciato dal ministero, si è deciso di aggiornarsi il 3 marzo per ”verificare la possibilità concreta di produrre in sicurezza vaccini anti covid in siti in Italia. In particolare - si legge nel comunicato - sarà necessario appurare l’individuazione di tutte le componenti produttive compatibili con la realizzazione di vaccini e in un orizzonte temporale congruo con le esigenze del Paese per superare la fase pandemica”.

Dall'altro "si è convenuto di avviare la costruzione di un polo nazionale pubblico-privato per realizzare nel medio lungo periodo un contributo italiano” per la produzione dei vaccini. “Il governo italiano - prosegue il testo - ha ribadito la totale disponibilità di strumenti normativi e finanziari per raggiungere l’obiettivo della produzione di vaccini in Italia” e dal canto suo, conclude il comunicato, l'industria “ha assicurato la massima collaborazione”.

Vaccini: cosa potrebbe essere prodotto in Italia e come

La produzione dei vaccini è un processo lungo, composto da numerose fasi - alcune più complesse, altre meno - e che richiedono impianti produttivi diversi. Per questo le opzioni emerse nei giorni scorsi sarebbero soprattutto due. La prima (la più complessa) è la produzione della sostanza "vaccino", su cui però l’Italia ha alcune carenze strutturali legate agli impianti. La seconda è, invece, l’infialiamento che risulta più fattibile, dato che alcune aziende sono già operative in tal senso.

Su tutto pesa anche la questione tempo, sotto due punti di vista: da un lato parliamo dei mesi che servono per avere le prime fiale prodotte nel nostro Paese (soprattutto nel caso della produzione del vaccino vero e proprio, la sostanza). Dall’altro la criticità è rappresentata dalle tempistiche che si accavallano con la produzione annuale di altri vaccini (come quelli antinfluenzali) che potrebbero quindi subire una battuta d’arresto nel caso parte di quegli impianti fossero adibiti ai vaccini per il Covid.

Quali sono le difficoltà di produrre i vaccini anti-covid in Italia

Produrre un vaccino, del resto, non è semplice. “Un vaccino è un prodotto vivo, non di sintesi, va trattato in maniera particolare. Deve avere una bioreazione dentro una macchina che si chiama bioreattore. Insomma, non è che si schiaccia un bottone ed esce la fiala. Da quando si inizia una produzione passano 4-6 mesi", aveva infatti spiegato nei giorni passati il presidente di Farmaindustria, Massimo Scaccabarozzi.

E il punto critico per la prima opzione - quella di produrre il vaccino vero e proprio in Italia - è proprio il bioreattore. “In Italia non ci sono gli impianti", aveva aggiunto sempre qualche giorno fa Rino Rappuoli, Coordinatore della ricerca sugli anticorpi monoclonali di Toscana Life Sciences e direttore scientifico di Gsk. “Solo Gsk li ha”, aveva spiegato Rappuoli, “ma non per il vaccino anti-Covid, bensì per quello contro la meningite che è batterico. Reithera ce l'ha ma non credo per fare milioni di dosi”.

Altro elemento non irrilevante è quello di un blocco della produzione di altri vaccini che sono comunque necessari. "Se si pensasse per esempio di adattare i bioreattori di Gsk per la produzione di vaccini anti-Covid (…) questo significherebbe smettere di produrre il vaccino contro la meningite" aveva illustrato Rappuoli. E anche da Scaccabarozzi era arrivato un invito alla prudenza, quando si parla di convertire gli stabilimenti che preparano l’antinfluenzale. “La produzione parte tra un mese”, ha infatti spiegato Scaccabarozzi e ”fermarla ora significherebbe non avere le dosi necessarie in autunno. Un problema serio”, aveva concluso il presidente di Farmindustria.

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