Rientro dei cervelli: le risposte ai dubbi frequenti

I chiarimenti dell'Agenzia delle entrate sul rientro dei cervelliLe principali novità e le risposte alle domande più frequenti relative al regime speciale per lavoratori rimpatriati, docenti e ricercatori introdotto con il decreto legislativo n. 147-2015 e modificato dalla legge di conversione del decreto Crescita.

> Decreto Crescita - aumentano gli incentivi per il rientro dei cervelli

La normativa sul regime speciale per lavoratori rimpatriati, docenti e ricercatori, meglio nota come rientro dei cervelli, è stata emanata al fine di incentivare il trasferimento in Italia di soggetti con alte qualificazioni e specializzazioni  e favorire lo sviluppo tecnologico, scientifico e culturale del paese.

Chiarimenti Agenzia Entrate sul rietro dei cervelli

Come funziona il regime speciale per lavoratori rimpatriati

L’articolo 16 del decreto legislativo n. 147-2015 ha stabilito che i redditi di lavoro dipendente e di lavoro autonomo prodotti in Italia concorrano alla formazione del reddito complessivo nella misura del 50%. L’agevolazione temporaneamente è applicabile per un quinquennio a decorrere dal periodo di imposta in cui il lavoratore trasferisce la residenza fiscale in Italia e per i quattro periodi di imposta successivi.

L’articolo 1, comma 2, dello stesso decreto attuativo ha previsto che sono destinatari del beneficio fiscale i cittadini dell’Unione europea che:

  • 1. sono in possesso di un titolo di laurea e hanno svolto continuativamente un’attività di lavoro dipendente, di lavoro autonomo o di impresa fuori dall’Italia negli ultimi 24 mesi o più;
  • 2. hanno svolto continuativamente un’attività di studio fuori dall’Italia negli ultimi 24 mesi o più, conseguendo un titolo di laurea o una specializzazione post lauream.

Inoltre,  per accedere al regime speciale per i lavoratori rimpatriati, la norma istitutiva del regime fiscale agevolato ha previsto che il soggetto non sia stato residente in Italia per un periodo minimo precedente all’rimpatrio.

Le novità del Decreto Crescita

Con il Decreto Crescita, ossia il decreto-legge n. 34-2019, sono state introdotte importanti modifiche alle agevolazioni finalizzate ad incentivare il “rientro dei cervelli”.

Nello specifico si parla di:

  • 1. una semplificazione delle condizioni d’accesso.  I redditi di lavoro dipendente e di lavoro autonomo prodotti in Italia da lavoratori che trasferiscono la residenza nel territorio italiano, concorrono alla formazione del reddito complessivo limitatamente al 30% del loro ammontare se ricorrono le seguenti condizioni:
    - i lavoratori non sono stati residenti in Italia nei due periodi d'imposta precedenti il trasferimento e si impegnano a risiedere in Italia per almeno due anni;
    - l'attività lavorativa è svolta prevalentemente nel territorio italiano
    Saranno invece agevolati con una riduzione dell’imponibile del 90% i lavoratori che decideranno di trasferire la propria residenza in una delle regioni del Mezzogiorno: Abruzzo, Molise, Campania, Puglia, Basilicata, Calabria, Sardegna o Sicilia.
  • 2. novità sui periodi d'imposta. Con il nuovo decreto, l'agevolazione si applica per ulteriori cinque periodi di imposta a due classi di lavoratori:
    - coloro che hanno almeno un figlio minorenne o a carico, anche in affido preadottivo;
    - coloro che diventano proprietari di almeno un’unità immobiliare di tipo residenziale in Italia, successivamente al trasferimento in Italia o nei dodici mesi precedenti al trasferimento; l'unità immobiliare può essere acquistata direttamente dal lavoratore oppure dal coniuge, dal convivente o dai figli, anche in comproprietà.
    In entrambi i casi, i redditi concorrono alla formazione del reddito complessivo limitatamente al 50% del loro ammontare, mentre se si hanno almeno tre figli minorenni, a carico, o in affido, la percentuale in questione sarà pari al 10%.
  • 3. non solo gli iscritti all'Aire.  Per quanto riguarda le caratteristiche dei soggetti beneficiari, coloro che hanno diritto a concessione dei benefici fiscali sono:
    - i soggetti residenti, cioè le persone che per la maggior parte del periodo di imposta sono iscritte nelle anagrafi della popolazione residente o hanno il domicilio o la residenza nel territorio italiano;
    - i cittadini italiani cancellati dalle anagrafi della popolazione residente e trasferiti in Stati o territori diversi da quelli individuati con decreto del Ministro dell'economia e delle finanze, da pubblicare nella Gazzetta Ufficiale.

Nei confronti dei ricercatori/docenti, rimane invariata la percentuale di detassazione già oggi al 90%, mentre viene esteso l’ambito temporale sulla fruizione dei benefici. Questo, che in precedenza decorreva dal periodo d’imposta in cui il docente diventava residente fiscale in Italia più i successivi tre periodi d’imposta, ora prevede la decorrenza dal periodo d’imposta in cui diventa residente fiscale in Italia,  più i cinque periodi d’imposta successivi.

Anche in questo caso sono previsti benefici potenziati, qualora ricorrano particolari situazioni:

  • Nel caso in cui il ricercatore/docente abbia un figlio minorenne o a  carico, anche in affido preadottivo, oppure nell’ipotesi di acquisto di proprietà immobiliare di tipo residenziale, successivamente all’acquisto della residenza o nei dodici mesi precedenti al trasferimento. I benefici decorrono dal periodo d’imposta in cui  acquisisce la residenza fiscale e si protraggono per ulteriori sette periodi d’imposta;
  • Nel caso in cui il ricercatore/docente abbia due figli minorenni o a carico, anche in affido preadottivo, i benefici decorrono dal periodo d’imposta in cui  acquisisce la residenza fiscale e si protraggono per ulteriori dieci periodi d’imposta.
  • Qualora il ricercatore/docente abbia almeno tre figli a carico, i benefici si applicano dall’anno in cui acquisisce la residenza fiscale in Italia e per 12 periodi d’imposta successivi.
  • Tutti questi benefici sono condizionati al fatto che il soggetto rimanga residente fiscale in Italia.

Con l’allargamento introdotto dal decreto-legge n. 34-2019, valido sia per i lavoratori sia per docenti e ricercatori, l’accesso ai benefici è consentito anche ai non iscritti all’AIRE, purché abbiano avuto la residenza in un altro Stato ai sensi di una convenzione contro le doppie imposizioni sui redditi nei due periodi d’imposta precedenti il trasferimento in Italia. 

Rientro cervelli - Agenzia Entrate, istruzioni regime fiscale speciale

Fisco: i dubbi sui lavoratori rimpatriati

Sanatoria AIRE: necessaria residenza all'estero per 24 mesi

Con la risposta a interpello n. 533 del 6 novembre 2020, l’Agenzia delle Entrate risponde al quesito posto da un cittadino italiano, laureato in Italia, che tra il 2016 a il 2017 ha vissuto all'estero per frequentare un master di due anni accademici, conseguendo il diploma a luglio 2017.

In quel periodo l’istante non si è iscritto all'Anagrafe degli italiani residenti all'estero (AIRE). Rientrato in Italia per motivi di lavoro a settembre 2017, ha chiesto di poter usufruire della Sanatoria AIRE, nonostante non abbia maturato un biennio di residenza fiscale all'estero secondo quanto prevedono le convenzioni contro le doppie imposizioni, visto che la sua permanenza fuori dal territorio si è limitata a due anni accademici.

A tal proposito, il Fisco ha chiarito che i cittadini italiani non iscritti all'Anagrafe degli italiani residenti all'estero (AIRE) rientrati in Italia a decorrere dal periodo d'imposta successivo a quello in corso al 31 dicembre 2019 possono accedere ai benefici fiscali purché abbiano avuto la residenza in un altro Stato ai sensi di una convenzione contro le doppie imposizioni sui redditi negli ultimi 24 mesi o più. Il requisito dell'attività di studio è soddisfatto a condizione che il soggetto consegua la laurea o altro titolo accademico post lauream.

Agenzia Entrate, risposta all'interpello n. 533 del 6 novembre 2020

Regime speciale negato se l’opzione non è nei termini

Con la risposta all'interpello n. 284 del 28 agosto 2020, l’Agenzia si concentra sul caso di un cittadino italiano, che ha conseguito in Italia il dottorato di ricerca e dal 2010 si è trasferito all'estero, dove ha svolto, tra l'altro, l'attività di curatorial assistant e di curatore fino al febbraio 2015, momento in cui è rientrato in Italia, trasferendo la residenza, per svolgere un'attività di lavoro dipendente a tempo determinato, come dirigente del settore terziario.

L’istante che, per il 2015, 2016 e 2017 ha fruito degli incentivi fiscali per il rientro dei lavoratori in Italia (legge n. 238-2010), chiede se può beneficiare del regime fiscale per i lavoratori impatriati (Dlgs n. 147-2015), o meglio se:

  • può optare per il regime fiscale agevolativo per lavoratori impatriati per l'intero quinquennio 2016-2020, avendo già usufruito del regime di cui all'articolo 2, comma 1, della legge n. 238-2010;
  • fruire dal periodo d'imposta 2020 del regime speciale per lavoratori impatriati, determinando il proprio reddito nella limitata misura del 30%, previo esercizio dell'opzione;
  • estendere l'agevolazione agli ulteriori cinque periodi d'imposta.

L’Agenzia risponde di no e ne spiega il perché. Secondo il comma 4 dell'articolo 16 del Dlgs n. 147-2015, che introduce il regime speciale per lavoratori impatriati, è possibile per i destinatari dei benefici previsti dalla legge n. 238-2010, che si sono trasferiti in Italia entro il 31 dicembre 2015, applicare, per il periodo d'imposta in corso al 31 dicembre 2016 e per quello successivo, le disposizioni di cui alla medesima legge nei limiti e alle condizioni indicati o, in alternativa, di optare per il regime agevolativo introdotto dallo stesso articolo 16 Dlgs n. 147-2015.

Al riguardo, il provvedimento del direttore dell’Agenzia del 29 marzo 2016 ha stabilito che l’opzione è irrevocabile e ha effetto dal 1° gennaio 2016 e per i quattro periodi d'imposta successivi. Il termine per l’esercizio dell’opzione per i lavoratori dipendenti che non l'avevano già esercitata è stato stabilito, dopo varie proroga, al 2 maggio 2017, con effetti per il quinquennio 2016-2020.

Gli interessati dovevano presentare al proprio datore di lavoro, entro tale termine del 2 maggio 2017, una richiesta scritta con precise indicazioni al fine di consentire, al medesimo datore di lavoro, di applicare i benefici fiscali previsti dall'articolo 16, a partire dal periodo di paga successivo alla richiesta. La presentazione della richiesta oltre il termine indicato consentiva al datore di lavoro di non riconoscere l'agevolazione, lasciando tuttavia al contribuente la possibilità di fruirne direttamente in dichiarazione.

In uguale modo, nel caso in cui il datore di lavoro non avesse potuto riconoscere l'agevolazione, il contribuente avrebbe potuto fruirne direttamente nella dichiarazione dei redditi, avendo cura di indicare il reddito di lavoro dipendente nella misura ridotta. Fino al periodo d'imposta 2020, per fruire del regime degli impatriati, gli interessati avrebbero dovuto esercitare l’opzione nel termine del 2 maggio 2017, con richiesta al datore di lavoro o entro i termini di presentazione della dichiarazione per l'anno d'imposta 2017, direttamente in dichiarazione.

In conclusione, nel caso specifico, sottolinea l’Agenzia, al lavoratore che, rientrato in Italia nel 2015, ha fruito degli incentivi fiscali per il rientro dei lavoratori in Italia nei periodi d'imposta 2015, 2016 e 2017 e non ha esercitato l'opzione nei termini previsti dalla norma per il nuovo regime speciale per lavoratori impatriati, non è concesso l’accesso a tale nuova misura agevolativa.

Agenzia Entrate, risposta all'interpello n. 284 del 28 agosto 2020

Quando fruire dell’agevolazione in dichiarazione dei redditi

Con la risposta a interpello n. 59 del 13 febbraio 2020, l’Agenzia si concentra sul caso di una cittadina italiana, in possesso di un titolo di laurea, trasferitasi nel 2009 e residente in Italia dal 2017. Nello stesso anno, ha stipulato con una società francese un precontratto di lavoro per l’assunzione, dichiarando di prestare la propria attività lavorativa prevalentemente in Italia. Afferma, inoltre, di aver presentato la dichiarazione dei redditi mediante la compilazione del modello Redditi Persone Fisiche 2018, con pagamento delle imposte relative ai redditi di lavoro dipendente percepiti per l'anno di imposta 2017. Considerando il suo percorso, chiede chiarimenti sul poter godere o meno del regime fiscale agevolato.

Nella risposta al quesito, l'Agenzia ha spiegato che, nell’ipotesi di trasferimento della residenza fiscale in Italia prima del 30 aprile 2019, occorre far riferimento all'articolo 16 del d.lgs. n. 147 del 2015.

In linea generale, quindi, l'esenzione non spetta per i redditi derivanti da attività di lavoro prestata fuori dai confini dello Stato. In merito al tempo intercorrente tra il trasferimento della residenza e l'inizio dell'attività lavorativa in Italia, è stato chiarito che possono accedere al beneficio coloro che trasferiscono la residenza in Italia prima ancora di iniziare lo svolgimento di detta attività, a condizione che sia ravvisabile un collegamento tra i due eventi.

In relazione alle modalità di fruizione del beneficio viene spiegato che il datore di lavoro può applica il beneficio dal periodo di paga successivo alla richiesta e, in sede di conguaglio, dalla data dell'assunzione, mediante applicazione delle ritenute sull'imponibile ridotto alla percentuale di reddito tassabile prevista dal regime agevolativo per il quale il lavoratore ha presentato la richiesta scritta, al quale saranno commisurate le relative detrazioni.

Nelle ipotesi in cui il datore di lavoro non abbia potuto riconoscere l'agevolazione, il contribuente può fruirne, in presenza dei requisiti previsti dalla legge, direttamente nella dichiarazione dei redditi. In tal caso il reddito di lavoro dipendente va indicato già nella misura ridotta.

> Agenzia Entrate, risposta a interpello n. 59 del 13 febbraio 2020

Come accedere ai benefici fiscali

L’Agenzia delle Entrate, con la risposta all'interpello n. 204 del 25 giugno 2019, ha fornito maggiori chiarimenti sul regime speciale per i lavoratori impatriati partendo dal caso di una cittadina italiana residente a Londra, trasferitasi nel 2016, dopo aver conseguito la laurea, nella capitale inglese.

La ricercatrice ha lavorato per due anni, con regolare contratto a tempo indeterminato, e ha presentato la domanda per l’inserimento nell’AIRE in cui è stata iscritta nel 2017. Considerando il suo percorso, dovendo rientrare in Italia nel 2019, ha chiesto di poter godere del regime fiscale agevolato e posto due quesiti:

  • il primo relativo al requisito della residenza per almeno 24 mesi all’estero prima del rientro in Italia ai sensi dell’articolo 2 del Testo Unico delle Imposte sui Redditi – TUIR;
  • il secondo relativo alla procedura di iscrizione all’AIRE che ha comportato ritardi con la perdita di un intero periodo d’imposta che poteva essere computato fra quelli di residenza fuori dal territorio dello Stato.

Il chiarimento dell'Agenzia ricorda che il comma 2 dell'art. 16 del dlgs n. 147 del 2015 "prevede un periodo minimo di lavoro all’estero di due anni" e che secondo la scrivente "la residenza all’estero per almeno due periodi d’imposta costituisca il periodo minimo sufficiente ad integrare il requisito della non residenza nel territorio dello Stato e a consentire, pertanto, l’accesso al regime agevolativo”.

Invece, relativamente alla procedura di iscrizione all’AIRE, spiega il Fisco, la situazione prevede un bivio:

  • se il rientro in Italia della ricercatrice è avvenuto nei mesi scorsi, la domanda posta dalla stessa non rispetta la condizione della residenza fiscale fuori del territorio dello Stato per almeno due periodi d’imposta;
  • se, invece, il rientro in Italia avviene nel 2019, dopo aver maturato i 183 giorni per il secondo periodo d’imposta di residenza fuori dal territorio dello Stato, il requisito risulterebbe soddisfatto, permettendo la fruizione dell’agevolazione fiscale.

Infine, conclude l'Agenzia, occorre tenere presente le novità previste dal Decreto Crescita, in base al quale i cittadini italiani non iscritti all’AIRE rientrati in Italia a decorrere dal periodo d’imposta successivo a quello in corso al 31 dicembre 2019 potranno accedere ai benefici fiscali purché abbiano avuto la residenza in un altro Stato ai sensi di una convenzione contro le doppie imposizioni sui redditi.

Agenzia Entrate, risposta a interpello n. 204 del 25 giugno 2020 

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Come funziona il regime per il rientro di docenti e ricercatori all'estero

Il decreto legge n. 78 del 31 maggio 2010 all’articolo 44 prevede che ai fini delle imposte sui redditi, è escluso dalla formazione del reddito di lavoro dipendente o autonomo il 90% degli emolumenti percepiti dai docenti e dai ricercatori che, in possesso di titolo di studio universitario o equiparato e non occasionalmente residenti all’estero, abbiano svolto documentata attività di ricerca o docenza all’estero presso centri di ricerca pubblici o privati o università per almeno due anni continuativi e che vengono a svolgere la loro attività in Italia, acquisendo conseguentemente la residenza fiscale nel territorio dello Stato. 

L’agevolazione è riservata ai docenti e ai ricercatori che vogliono svolgere in Italia la propria attività e che sono in possesso dei seguenti requisiti:

  • essere in possesso di un titolo di studio universitario o equiparato
  • essere stati non occasionalmente residenti all’estero;
  • aver svolto all’estero documentata attività di ricerca o docenza per almeno due anni continuativi, presso centri di ricerca pubblici o privati o università svolgere l’attività di docenza e ricerca in Italia (anche presso pubbliche amministrazioni);
  • dover trasferire la residenza fiscale in Italia.

L’agevolazione  prevede un reddito imponibile del 10% del reddito di lavoro dipendente o autonomo percepito. La stessa è applicabile per un massimo di quattro anni che decorrono dall’anno di trasferimento della residenza fiscale in Italia.

Entrate: chiarimenti sul rimpatrio ricercatori

Sì agli incentivi fiscali per ricercatori rimpatriati

Un cittadino straniero che dal 1° gennaio 2020 trasferisce la residenza in Italia per svolgere attività di ricerca presso un’università italiana può beneficiare dell’agevolazione fiscale sul "rientro dei cervelli". La norma, infatti, non riguarda solo i connazionali dal momento che è finalizzata a incentivare tutti i docenti che, attraverso le loro conoscenze scientifiche, possono  favorire lo sviluppo della ricerca nel nostro Paese.

Lo ha spiegato l’Agenzia delle Entrate con la risposta a interpello n. 307 del 3 settembre 2020.

Nel documento viene fatto un cappello introduttivo circa la disciplina sul rimpatrio dei ricercatori che, dopo varie modifiche, trova applicazione nei confronti dei soggetti che acquisiscono la residenza in Italia a partire dal periodo d’imposta 2020. In particolare, l’articolo 44, comma 1 del Dl n. 78/2010 prevede un’esclusione dalla formazione del reddito di lavoro dipendente o autonomo pari al 90% dei compensi dei docenti e dei ricercatori in possesso di una laurea e non occasionalmente residenti all’estero, ove hanno svolto attività di ricerca o docenze per almeno due anni, che decidono di lavorare e acquisire la propria residenza in Italia. Il beneficio si applica a partire dal periodo d’imposta in cui si verifica il cambio di residenza fino ai cinque periodi successivi, a patto che il soggetto mantenga la residenza in Italia.

L’Agenzia spiega, inoltre, che si considerano residenti le persone che per la maggior parte del periodo d’imposta cioè per 183 giorni, o 184 nell’anno bisestile, sono iscritte nelle anagrafi della popolazione residente o hanno la residenza o il domicilio secondo le  disposizioni del codice civile.

In sintesi, il regime speciale prevede il possesso dei seguenti requisiti: il possesso di una laurea; essere stati residenti all’estero in via non occasionale; aver svolto attività di ricerca in via continuativa per almeno un biennio; svolgere attività di docenza e ricerca in Italia; acquisire la residenza nel nostro Paese. 

In conclusione, l’Agenzia ritiene che l’istante trasferitosi in Italia nel periodo d’imposta 2020 per effettuare attività di ricerca presso un’università italiana, possa beneficiare del regime di favore per i redditi prodotti in Italia a decorrere dal 2020 e per i cinque periodi successivi, a condizione che risultino soddisfatti tutti i requisiti previsti dalla normativa.

Agenzia Entrate, risposta all'interpello n. 307 del 3 settembre 2020

Rientro in Italia di docenti residenti all'estero

Il regime di favore, introdotto per il rientro in Italia di docenti/ricercatori residenti all'estero, è applicabile per cinque anni, che diventano undici se il contribuente ha almeno due figli minorenni o fiscalmente a carico.

Lo ha ricordato l’Agenzia delle Entrate con la risposta a interpello n. 274 del 26 agosto 2020.

Nel caso specifico l’istante è un cittadino italiano già iscritto all’Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero (AIRE), che ha svolto per più di due anni attività di ricerca presso un’azienda farmaceutica privata in Svizzera, dove era residente. Da aprile 2020 si è trasferito in Italia con la propria famiglia, composta da moglie e due figli minorenni, perché ha iniziato a lavorare per una società privata dove svolgerà ugualmente attività di ricerca.

I suoi dubbi riguardano la corretta applicazione dell’agevolazione introdotta dall’articolo 44 del dl n. 78-2010, con lo scopo di attirare nel nostro Paese docenti e ricercatori. In particolare, il contribuente chiede se può usufruire del taglio d’imposta previsto dal regime speciale dal 2020, anno in cui ha effettuato il trasferimento della residenza fiscale, e se, avendo due figli minorenni a carico, potrà beneficiare dello sconto per undici anni.

La risposta del Fisco in primis ricorda gli ambiti applicativi e requisiti dell’agevolazione concepita per mettere un freno alla "fuga dei cervelli". Una delle condizioni previste, infatti, è che il "nuovo arrivato", laureato, sia stato non occasionalmente residente all’estero e che abbia svolto per almeno due anni continuativi attività di ricerca o docenza presso centri di ricerca pubblici o privati o università. 

Con riferimento agli specifici chiarimenti richiesti dall’istante, il documento di prassi dice sì alla decorrenza del regime a partire da quest’anno, visto che la norma stessa prevede il beneficio per i soggetti che acquisiscono la residenza fiscale in Italia a partire dal periodo d’imposta 2020 e, in particolare, dal periodo d’imposta in cui il ricercatore diventa fiscalmente residente nel nostro Paese e nei successivi cinque anni, a patto che non traslochi di nuovo all’estero. Gli anni di regime agevolato diventano undici, stabilisce, il comma 3-bis della disposizione (dall’anno del trasferimento più altri dieci) nel caso di almeno due figli minorenni o a carico.

Inoltre, in tema di incentivi fiscali per mettere un freno alla "fuga di cervelli", non assume rilievo la natura del datore di lavoro o del soggetto committente, che, per l'attività di ricerca, può essere una università, pubblica o privata, o un centro di ricerca pubblico o privato o una impresa o un ente che, in ragione della peculiarità del settore economico in cui opera, disponga di strutture organizzative finalizzate alla ricerca.

In conclusione, l’Agenzia ritiene che l’istante, se in possesso dei requisiti richiesti dalla norma, può beneficiare dello sconto del 90% dell’imponibile per i redditi prodotti in Italia dall'anno d'imposta 2020 e per i cinque periodi d'imposta successivi, naturalmente a condizione che permanga la residenza fiscale in Italia. Il taglio potrà essere applicato per 11 anni se ha due figli minorenni o a carico, anche in affido preadottivo, sempre che non si trasferisca nuovamente all’estero.

Agenzia Entrate, risposta all'interpello n. 274 del 26 agosto 2020

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